
Torniamo indietro nel tempo: Mentre in Italia, grazie all’impagabile Magnus, facevan timidamente capolino le mutandine di pizzo e le giarrettiere delle vittime di Kriminal, in Francia era già tutto vorticare di fanciulle discinte e di cartacee provocazioni. In principio fu Barbarella ma di lì a poco ecco giungere la provocante Jodelle (modellata su Sylvie Vartan) e la ben poco conciliante Pravda, sorta di novella amazzone munita di centauro metallico…Ma
Come nella miglior tradizione delle opere avvolte dai fumi della Controcultura, sconquassate dai lisergici venti dell’immaginario Pop, Spermula va vissuto al pari di una “esperienza”, come vero e proprio trip visivo. Inutile cercare di raccappezzarsi nel seguire la languida Via Crucis della sua magnifica protagonista (quella Dayle Haddon già ammirata ne La cugina di Aldo Lado). Tempo perso. Molto meglio restare in estatica ammirazione del “decor” (ove il post-moderno va a braccetto col Liberty); decisamente consigliabile lasciarsi catturare dal canto di sirena della glaciale Spermula e delle sue concubine, o farsi accarezzare dalla morbida luce che permea tutta la pellicola…Non ho mai compreso il motivo per cui questa pellicola raffinatissima ed “eccentrica” sia caduta nel dimenticatoio: Spermula sta al cinema erotico come L’abominevole dr. Phibes sta all’Horror.

"Arrivano da carceri diversi ma sembra si siano messi d' accordo: lei in maglioncino azzurro su camicia bianca, lui in giacca bianca su camicia azzurra" (da "Repubblica.it")


Se riesci a sedurre il tuo macellaio e a farti dare un pezzo di vitellina veramente giovane, allora puoi fare le cotolette. Ci vogliono fettine non più spesse di mezzo centimetro, ricavate dalla parte migliore della coscia. E sarai tu a renderle ancora più morbide col batticarne. Battile ma non infierire. Sbatti un uovo. Aggiungi sale e un pizzico di pepe macinato finemente. Metti in un piatto grande. In un altro metti pane grattugiato, insaporito con sale e pepe (ricorda che hai già salato l’uovo). Versa burro abbondante (o olio) in una padella che possa contenere agevolmente le fettine. Riscalda i piatti con acqua calda. Taglia un limone in quattro. Finisci di preparare la verdura di contorno. Metti un foglio di carta da pane sul tavolo da cucina: ti servirà. Dai un’occhiata per vedere se i tuoi ospiti hanno finito il primo, e solo allora accendi la fiamma sotto la padella. Ma non mettere tutto insieme. Immergi la prima fettina nell’uovo, e voltala con attenzione; poi passala sul piatto col pane grattugiato e rivoltala lentamente fino a quando il pane abbia ricoperto tutta la carne. A questo punto il burro dovrebbe già essere bruno-dorato. Metti con delicatezza le fettine nel burro caldo e alza la fiamma, in modo da rendere compatta l’impanatura e darle corpo. Abbassa la fiamma a calore medio dopo un minuto. Volta le fettine affinchè possano friggersi dall’altro lato. A questo punto asciuga i piatti e preparali. Quando togli le fettine dalla padella, abbi cura che non gocciolino. Se così fosse appoggia per un secondo la fettina- ma proprio un secondo!- sulla carta da pane. Non versare il burro rimasto sulle cotolette: una vera cotoletta alla viennese deve essere asciutta. Aggiungi un quarto di limone e, se ce l’hai a portata di mano, un rametto di prezzemolo. Se servi qualche verdura che abbia un po’ di sugo, non metterla nello stesso piatto: la cotoletta deve essere asciutta. Mon non prendertela con le persone che mettono tutto nello stesso piatto. Dato che hai servito la cotoletta bene asciutta, la tua coscienza è a posto. Gli altri sono padroni di se stessi.

Vi sono artisti orgogliosamente “eccentrici” che per tutta la vita inseguono la propria idea di cinema, con spirito rigogliosamente oltranzista, rifuggendo dagli “ismi” del momento, dal canto di sirena del botteghino e, cosa più importante di tutte, rimanendo fedeli ai fantasmi che di notte bussano alla porta del loro Inconscio.
Sotto questa luce potremmo vedere uniti da una sorta di filo metafisico registi apparentemente lontani anni luce come Erich Von Stroheim e David Lynch, Michael Powell e Tod Browning o Jean-Marie Straub e Paolo Benvenuti…
All’interno di tale consorteria di anime inquiete, rigorosamente avvinghiate alle proprie ossessioni, impossibile non citare anche il portoghese Manoel de Oliveira, il “grande vecchio” votato, anima e corpo, al cinema. Quest’uomo, va detto, è un miracolo ambulante: nonostante i suoi 99 anni, portati nonchalance, il Nostro sforna film di continuo, a mo’ di catena di montaggio…Un Festival di Venezia, senza “il nuovo de Oliveira” credo venga rimandato…E la cosa che ha veramente del sovrumano è che non ne sbaglia una: le sue ultime fatiche sono gioielli di grazia, di levità e, in primis, di implacabile ironia. Fedele al detto di Buñuel secondo il quale “Quando in un film è percepibile la “tecnica”, allora bisogna buttar via la pellicola”, l’opera di de Oliveira è un inno alla camera fissa, un’ode alla matrice letteraria, un’apoteosi della parola in cui l’actio si scarnifica e si fa Idea.
Anche I cannibali (ispirato ad un racconto di Alvaro do Carvalhal, sorta di Lord Byron portoghese) non sfugge a codesta serie di ferree regole; al fascino della parola, e alle lusinghe di una recitazione ieratica, de Oliveira qui aggiunge il potere della musica: lo schizzo macabro di Carvalhal, infatti, è stato tramutato in un libretto musicato dal modernissimo João Paes, bizzarro talento musicale in grado di far andare a braccetto Mozart con Luciano Berio…
Detta così, l’operazione inscenata con I cannibali è di quelle che fan tremare le vene ai polsi. In effetti non è da tutti entrare nel Palazzo del Visconte d’Alveida, promesso sposo della virginale Margherita: sembra quasi che de Oliveira abbia voluto mettere alla prova i propri spettatori sottoponendoli ad un’ora di chiacchiericci sfiatati, da Gran Soirée in avanzato stato di decomposizione, prelevati dagli scarti de Il Gattopardo…Immagino le masse di spettatori in fuga dalle sale ove si proiettava I cannibali (pratica non nuova: ricordo di aver visto, a Venezia, Party con Marisa Paredes- mica la sora Cecioni- che mi ronfava su di una spalla)…Ma superata codesta prova, il film dona ai “sopravvissuti” un frammento di cinema altissimo, sublime. Al mero divertissment si sostituisce il J’accuse; il pennello del bozzettista “borghese” si intinge nel vetriolo del caricaturista lombrosiano…L’ironia sottile, alla Flaubert, cede il passo al più feroce humor noir, appena colato dal pennino di un Baudelaire o di un Petrus Borel, detto “Il Licantropo”…Credetemi, non paia una bestemmia: gli anni Ottanta ci hanno lasciato due grandi affreschi metaforici, in cui la risata e l’urlo si fondono, due schegge impazzite di cinema scentrato, oltre le Colonne d’Ercole del Rappresentabile. Una è Society di Brian Yuzna, l’altra, ovvio, è I cannibali…

L’honkgonghese Wilson Yip è uno dei tanti inesplicabili misteri che rendono così affascinante il cinema orientale. Bio-Zombie (1998) rappresenta, dopo alcune opere non proprio memorabili, il suo primo vagito autoriale, status che confermerà in pieno col successivo, inebriante, Bullets over summer (1999) e soprattutto con quel capolavoro di Juliet in love (2000). Peccato che i prodotti più recenti del regista lo abbiano visto adagiarsi fra le coltri del Puro Mestiere. Ma torniamo a Bio-Zombie, che, come si diceva prima, pur nella esibita sgangheratezza del prodotto low-budget, lascia intravedere spore pronte a fiorire: Woody Invincibile (Jordan Chan) e Crazy Bee (Sam Lee) sono i primi anti-eroi di Yip: una coppia di perdenti segnati dal destino, cresciuti in quella zona della Metropoli dove “non batte mai il sole”. Sembra quasi che Bio-Zombie con i suoi ondivaghi isterismi e le sue gags dementi sia stato costruito attorno allo straordinario prefinale: quando i due amici ex abrupto si confrontano con la Morte, il film ha una drammatica impennata che, davvero, mette i brividi.

Every home should have one (1970) Reg.: Jim Clark; Cast: Marty Feldman, Judy Cornwall, Shelly Berman. Primo ruolo da protagonista per il Sommo Batracico. Feldman è qui nei panni di un pubblicitario le cui fantasie ad occhi aperti includono l’essere il Dio Pan ed un vampiro.
Fascin ation (1979) Reg.: Jean Rollin. Cast: Franca Mai, Brigitte Lahaie, Jean-Marie Lemaire- Secondo il Conte, il capolavoro di Jean Rollin, surrealista prestato al cinema “de genere”. Delirio estenuante su di un culto sotteraneo di esangue vampire, fra castelli di Provenza e svenevoleze Art Dèco…La scena d’apertura, con la nobildonna anemica che va dal macellaio per bere un calice di sangue, come da prescrizione medica, è un capolavoro degno del vecchio Boro…
Garu, the Mad Monk (1970) Reg: Andy milligan; Cast: Neil Flanagan, Judith Israel, Jaqueline Webb. Ennesima fetenzia del famigerato Milligan. Un frate pazzo, tortura ed uccide innocenti vittime nel nome della Chiesa della Anime Perse di Mortavia, con la complicità di una vampira sexy, Olga…Dura poco più di un’ora ma sembra di vedere il “Mahbharata” in versione integrale.
Halloween with the Addams Family (1977) Reg.: Dennis Steinmetz; Cast: John Astin, Carolyn Jones, jackie Coogan, Ted Cassidy. Infelice “revival” della gloriosa serie televisiva. Vengono qui riuniti tutti i membri storici della famiglia inventata da Charles Addams con l’aggiunta di Suzanne Krazna nelle nere vesti della Contessa Dracula…Girato per la TV, venne proposto al pubblico catodico solo nel 1980.


Giulietta stava portando in tavola le lasagne, quando alla televisione diedero la notizia della morte di Pasolini.
Federico rimase con la forchetta a mezz'aria, come paralizzato, col volto contratto in una maschera di muto stupore. Con un movimento secco, Giulietta se sedette, sibilando a labbra serrate: "Lo sapevo che andava a finire così...", poi cominciò a servire il marito mentre sullo schermo della televisione passavan immagini slabbrate e grigie della spiaggia di Ostia. "Spegni, ti prego", mormorò Federico senza alzare il volto dal piatto e per alcuni minuti l'unico rumore che echeggiò nella stanza fu il mesto clangore delle posate.
Svolte, di malavoglia, un paio di tediose incombenze domestiche, i due si ritrovarono a letto: Giulietta con la compagnia di un romanzo della Delly e Federico con l'immancabile quaderno di appunti. Nel giro di cinque minuti, in un fruscio di lenzuola e pagine spiegazzate, Giulietta spense la propria abat-jour cercando rifugio sotto lo coperte. Federico cercò di dire qualcosa ma desistette, preferendo sprofondare nell'ampio cuscino concentrandosi sulle ombra che si proiettavan nel soffitto. Rimase in quella posizione per un tempo difficilmente calcolabile, fino a quando un picchettio dispettoso non risvegliò la sua attenzione.
Tic...tic...tic...
Feredico, col cuore in gola, cominciò a guardarsi attorno con aria da segugio, cercando con la coda dell'occhio l'origine di quell'inopportuno clangore e quasi cadde dal letto quando comprese la sua origine: qualcuno stava lanciando minuscoli sassi sulla sua finestra.
Incespicando goffamente sul tappeto, Federico si precipitò verso la parete di fronte, e, aperti gli stipiti, mise il naso fuori, indifferente alla zaffata di gelo che lo colpì.
"Chi c'è là fuori?"
"Dai, patacca, sono io..."
Federico abbassò lo sguardo e, ritto sul marciapiede, col suo trench scientemente cincischiato, vide Pier Paolo Pasolini che gli faceva "ciao ciao" con la mano":
"Dai, patacca,mettiti qualcosa addosso che andiamo a Pietralata a cercar
"
"Dai, muoviti, che se stai lì ti prendi un malanno..."
Federico, come in trance, si rivestì, cercò il cappotto, lanciò un bacio distratto a Giuletta e si precipitò giù per le scale.
Pasolini lo stava aspettando, comodamente appoggiato ad una fiammate bicicletta.
"Ah, c'andiamo in bicicletta?..."
"M'han rubato la macchina..."
Federico montò sul sellino della sua bici, sollevando i lembi del cappotto: guardò il compagno di tante scorribande, perse nella notte dei tempi, e, senza pensarci troppo, gli disse, sputando le parole come colpi di mitraglia:
"Ascolta, ma al Telegiornale dicono che sei morto..."
"Morto...", sussurrò Pasolini aggiustandosi la montatura degli occhiali, "Son paroloni...Diciamo che non ho più paura del buio, va bene? Dai, dacci dell'olio, che poi va finire che
"Ah, dai pure...Vai avanti te che a me mi treman un po' le gambe..."

Conte: Come è nato il personaggio di Zé Do Caixao?
José: Ho sempre sofferto di insonnia. Se voglio dormire devo prendere delle pillole fortissime. Una sera, dopo averle prese, mi addormentai sul tavolo durante la cena e divenni il protagonista di un sogno bizzarro. Incontravo uno strano individuo, che mi guidava all’interno di un cimitero fino a mostrarmi una tomba. La mai tomba. C’erano segnate due date, quella della nascita e quella di morte, ma non riuscivo a leggere quest’ultima perchjè era tutto troppo offuscato. Quando mi son svegliato ero tutto eccitato per il sogno che avevo fatto, ma le persone che erano con me pensavano che fossi posseduto da chissà quale spirito maligno e così insistettero per far venire un vecchuio prete, o qualcosa del genere, per sottopormi a un esorcismo. Ormai, però, avevo tutto chiarissimo in testa. Non avevo nessuna intenzione che portassero via il “diavolo” che mi aveva posseduto. Al contrario decisi che dovevo assolutamente fare un film sulla mia nuova “condizione” e quel film si intititolava “A mezzanotte prenderò la tua anima”. Ricordo che corsi fuori per la strada, andai dritto al mio ufficio e nonostante fossero le cinque del mattino svegliai la mia segretaria…Quella stessa notte scrivemmo un soggetto di appena un paio di pagine e il giorno dopo lo proposi ai miei soci. Si rifiutarono tutti di farlo. Ma io ero così determinato che decisi addirittura decisi di vendere la casa che stavo costruendo per me e mia moglie. Mi rimasero solo pochi vestiti. Allora ero molto magro, pesavo circa 48 kg., e anche se portavo già una barba lunga, non avevo mai pensato che sarei potuto diventare io stesso il protagonista del film. Ero troppo debole mentre Zé Do Caixao doveva essere robusto. Organizzai un casting per il ruolo principale grazie al quale vidi molti attori, sia di cinema che di teatro. Quando finalmente trovai l’attore che cercavo, un tizio abbastanza in voga all’epoca, quello si rifiutò di interrpetare una parte così “leggera”! Realizzai pertanto che l’unica soluzione era che fossi io stesso a vestire i panni di Zé Do Caixao. Possedevo già un belk vestito nero, noleggiai un cappello a cilindro, la mia assistente mi procurò otto unghioni finti e io m’inventai il medaglione con il simbolo della Fenice.
Conte: Cosa ricordi delle riprese di questo film?
José: Ricordo che la troupe pretendeva di essere pagata alla fine di ogni giornata di lavoro. Non si fidavano di me e non vedevano l’ora che le riprese terminassero. Ad ogni modo, la prima apparizione pubblica di Zè Do Caixao avvenne in televisione il 15 febbraio del 1963 su Tele Globo. Ero molto preoccupato che ai telespettatori potesse non piacere questo personaggio bizzarro, volevo colpirli, e così mi venne in mente l’idea della “maledizione”…Vuoi sapere cosa ho fatto?
Conte: Certamente!
José: Al termine del programma guardai fisso negli occhi gli spettatori e dissi: “Se non vi piacciono i miei film dell’orrore, che i vermi divorino la vostra carne e che voi possiate soffrire per sempre tra le fiamme dell’inferno”!

