Vi ricordate, in Amici Miei, quando il Mascetti, il Perozzi e il Necchi si mettono a far le telefonate anonime, nella speranza di affascinare Donatella “Cippalippa” Sassarolli di cui il povero Rambaldo Melandri si è innamorato? Ricordate quando, seduti nella cameretta d’ospedale, si pavoneggiano, gareggiando a far i tombeur des femmes? “Chi l’ha fatta piangere per primo alla mia frase, Ordinami di non telefonarti mai più più ed io scomparirò!”, “A chi ha lanciato il primo gridolino di piacere?” etc…Bene: io, non senza orgoglio, potrò dire: “Chi li ha fatti ridere per primo?”…Ebbene sì, amici, quando il Conte è salito sul podio, ieri, al Convegno sui Blogger organizzato dagli entusiasti, instancabili, Ibridi, il pubblico è esploso in una fragorosa risata. E avevo pure lasciato a casa i birilli. Che sagoma, il Conte. Devo ringraziare la fascinosa Maddalena Mapelli (che sembra

Gozu (anno di grazia 2003), sotto questa luce, è la summa teorica di quanto pensato/distrutto/destrutturato fino a quel momento: e la cosa sorprendente è che sulla carta anche Gozu, come quasi tutte le opere di Miike, è l’ennesima opera realizzata “su commissione”: sarebbe stato bello vedere l’espressione, fra il basito ed il terrorizzato, dei committenti (“Quando ho visto il film ho pensato subito che fosse un lavoro adatto a Cannes”, disse- con encomiabile savoir faire- il produttore alla conferenza stampa)…Il film si apre con una scarica gracchiante, screpolata, di immagini televisive: come il Brian de Palma di Femme Fatale- altro film “teorico” sull’ingannevolezza dello sguardo e sul Cinema come atto onirico estremo- il regista mette subito le carte in tavola, inscenando l’ultimo atto del “Takashi Miike Horror Yakuza Theater” (come si legge nel sito originale del film), quello dove nessuna catarsi verrà a liberare lo spettatore, quello dove tutti i topoi dell’autore di Audition – dal timido gangster alla disperata ricerca di un faro nella notte, all’edipica famiglia slabbrata- salgono sul proscenio per l’ultima, sanguinosissima, totentanz…Il film originariamente si intitolava Gendu Akare Mister Amore: quattro parole prive di significato inventate dalla gestrice di un pensione con l’hobby della preveggenza, uno dei personaggi più “destabilizzanti, del film; si diceva, una filastrocca senza senso: esattamente come Dada…
Difficile prevedere che cosa il Nostro avrebbe potuto forgiare dopo un tour de force del genere; ancor più difficile pensare (sognare?) quali strade egli imboccherà dopo Izo (2004). Se Gozu aveva, come s’è detto, il sentore del punto di non ritorno, Izo ha quello dell’opera disperatamente titanica e “definitiva”. Sicuramente Izo è l’inizio di una nuova, impervia, strada, illuminata dalle fiaccole- e la cosa non deve stupire- della nostalgia. Un moto dell’animo che, pur se avvolto ancora dalle fiamme del furore iconoclasta, Miike mostra con spiazzante sincerità, come la propria natura di auteur istintuale e sanguigno lo porta a fare. L’opera in questione si riallaccia ad una pellicola di Gosha Hideo, Hitokiri (1969), incentrata sul calvario del ronin Okada Izo (interpretato dalla star Katsu Shintaro); il film di Gosha si concludeva con la condanna a morte del povero Izo.
Miike parte proprio da qui, dalla crocefissione del suo (anti)eroe, per tramutare un innocuo ronin vittima del destino un irrefrenabile demone della Vendetta: “Mi sono molto divertito a girare Izo- ha detto il regista a Venezia- questo film è soltanto il massacro compiuto da un Assassino”…
Soltanto? Impagabile (impenetrabile?) Miike: verrebbe quasi da dire, sull’onda di un entusiasmo di molto “umano” che Izo è Miike takashi stesso: un senza patria, un’anima costretta a vagare e a farsi carico del rancore di generazioni e generazioni falcidiate dal dispettoso elfo della disillusione. Nulla sfugge all’irrazionale pars destruens di Izo-Miike: l’esercito (e nella rappresentazione di un microcosmo militare visto col grandangolo, si sente l’influenza del maestro Imamura), la scuola, il risibile apparato politico-burocratico, perfino l’Imperatore, tramutato in un imbelle manichino androgino, vacuo e futile come una splendida farfalla destinata a morire in un giorno…
Izo-Miike non arretra dinanzi a nulla; si mostra maestro nell’arte della spada e si sporca le mani con lo “splatter”, passa dai fasti dell’epoca Edo ai cimiteri di cemento delle metropoli d’oggi: è irrefrenabile, non si sa dietro quella maschera violacea si celi un ghigno di sberleffo o una piaga di dolore…Arriva persino ai confini dell’universo, ove troneggia nel Nulla il simbolo dell’Infinito. Izo comincia a correre su di esso: una maratona folle, lunga anni, forse secoli.
Ma anche l’Infinito è un concetto troppo stretto per Izo-Miike: con la spada egli taglia quel drappo metafisico causando uno strappo nell’universo: eccolo precipitare in un buco nero, in una liquida placenta ancestrale, nella quale egli è costretto a (ri)nascere di continuo nella vana speranza di una Ascesi che lo conduca alla Libertà. O al suo fantasma.
Il Conte parte, alla volta della Serenissima per dare il suo contributo al convegno organizzato dagli instancabili Ibridi. Ocio, venesian: non ghe s'è scuse: si parte domattina alle nove presso la sala conferenze di Palazzo Malcanton-Marcorà. Dai, che dopo si va tutti in un bel bacaro a farci una flebo di spriz!
Stando alle sue dichiarazioni, Miike si è salvato dal fluorescente limbo del pachinko, grazie alla passione per il motociclismo; ma diventare un pilota professionista richiedeva dedizione e sacrificio: molto, molto meglio, allora, iscriversi alla Yokohama Hoso Eiga Senmon Gakko (scuola di cinema e radiofonia di Yokohama): “Sembrava la soluzione ideale per scappar da casa senza far nulla”, dirà il regista a Tom Mes, autore del fondamentale Agitator.
Dichiarazione che- anche se forte resta la sensazione della boutade lanciata là pour epater- oltre a confermare la natura ondivaga, erratica, di Miike, mette in evidenza un’altra sua caratteristica “biologica”: Takashi Miike è ignorante.
Nessun brivido “underground” sul modello di Omori Kabuki, niente “Teatro dei Mostri Marini” al pari di un Tsukamoto o di una Fujawara.
Miike (ma lo sapremo mai con certezza? Cosa nascondono davvero quegli occhiali da sole perennemente indossati?) è allergico alle biblioteche e del “cinema dei padri” non gliene può fregar di meno. Il suo forsennato priapismo produttivo sembra celare un’urgenza squisitamente economica: a dimostrazione di ciò si potrebbe puntar l’indice sul fatto che, in pratica, egli non abbia mai messo mano sulle sceneggiature dei propri film. Ma è proprio qui, la chiave di volta.
Senza quella dose di rabbia mal rappresa che cova da sempre, per un’infanzia negata ed un’adolescenza bruciata all’ombra del Disagio, Miike non indosserebbe il maglio dell’iconoclasta, non sentirebbe- con ogni probabilità- il bisogno di sfaldare le certezze dei “generi”.
Al tempo stesso, la sua “sana” ignoranza – tale da tramutare ogni suo film un ipertesto, spontaneo, “naturale” come acqua di sorgente- gli dona quella dose di irresponsabilità che avvolge con la propria patina corrosiva gli “script” altrui, tramutando anche le sceneggiature nate per esigenze “alimentari” in materia viva, vibrante e al tempo stesso sfuggente.
Tutto sfugge in Miike: lo sguardo s’appanna, così come la rielaborazione critica. Quasi impossibile (di sicuro sterile) tentar di catalogare un opus in constante, perenne, deragliamento sensoriale.
Una cosa, però è certa: in neanche quindici anni di attività “paradossalmente” autoriale e con più di sessanta lavori all’attivo, Miike ha di già attraversato le colonne d’Ercole, è giunto oramai in un territorio inesplorato, dalla luce fioca pur se palpitante. Più passano gli anni, infatti, e più ogni sua fatica ha il sentore del “punto di non ritorno”: difficile stupirsene visto che il nostro, fin dai primi anni d’attività, aveva preso a mitragliate un genere solidissimo come il “noir” ed aveva avuto l’ardire di far saltar per aria il Giappone e, forse, il mondo intero in quel capolavoro di sincopata modernità che è Dead or alive. (2- continua)
Da almeno un mese, amici, attendevo di poter scrivere questo post, ed ora, finally, il giorno è giunto: posso annunciare, con enorme sorriso sulle labbra, che
“Hollywood ama la luce. Ma di un amore non ricambiato. Hollywood aspira alla panica bellezza
en plein air sognata da John Ford nei suoi Western (l’unico genere “autoctono”) ma si torna inevitabilmente ai catacombali artifici di un Teatro di Posa, o alle rasoiate di un neon in odore di Morgue. Del resto, non potrebbe essere altrimenti: la lux perpetua non può accarezzare
Fate felice un Conte: adottate un (bel) libro!
(Variety): La Madhouse, storica casa di produzione legata agli "anime" (suoi gli ultimi capolavori di Kon Satoshi: "Tokyo Godfathers" e "Paprika") ha acquistato i diritti de "I misteri di Poggibonsi" che, nella terra del Sol Levante, diverrà un cartoon pensato per il mercato televisivo. Direttorer artistico della serie, Tetsuya Nakashima ("Kamikaze Girls", "Memories of Matsuko"). Nella foto un'anteprima del personaggio, genitlemente offertaci dalla mangaka Milly Miu Miu.
(La Dynamic Italia sta finalmente editando anche in Italia le opere più importanti di Takashi Miike; per meglio entrare nel mondo dell'unico grande "perverso polimorfo" dell'attuale panorama cinematografico, ho deciso di pubblicare- a puntate- un mio vecchio saggio su di lui)
Miike Takashi ha un segreto, legato agli anni eccitanti e tristi della propria adolescenza.
Un segreto da far tremare le vene ai polsi, di quelli che ti condizionano la vita, come una nera nuvolaglia minacciosa che si sostituisce alla tua ombra. Un segreto, celato fra le pieghe dell’Es, che però affiora in ogni sua pellicola. A volte è un flebile sussurro, quasi impercettibile, altre volte un grido lancinante o una risata incontrollabile, isterica, liberatoria.
Abbiamo imparato a decifrarlo, questo segreto, sulle fiere carni slabbrate di Kakihara, Maestro del Dolore, o fra le lacrime di Ichi, patetico burattino in latex.
O nella babele etnica inscenata in The City of Lost Souls.
O nei nuclei familiari irrisi e decomposti di Visitor Q e di The happiness of the Katakuris.
Miike Takashi ha ucciso il proprio padre (cioè il Giappone) e non sa darsi pace: maledice le proprie radici per poi passar la notte sulla tomba avita; sfiora, accarezza, da perfetto “perverso polimorfo”, il castello di carte della yakuza, fino a farlo crollare, rimpiangendo l’astratta austerità del bushido, il codice dei samurai; infila in uno shaker Imamura Shoei e “Megaloman” giusto per vedere l’effetto che fa…Un’anima irrequieta e per questo “errante”, un nomade privo di radici,, alla disperata ricerca di un terreno fertile.
E non potrebbe essere altrimenti, visto il nodoso, contorto, albero genealogico dal quale il Nostro è caduto: Miike Takashi è nato il 24 agosto del 1960 a Yao, un paesino alla periferia di Osaka, anche se la sua famiglia proviene dalla regione di Kumamoto, nell’isola di Kyushu: prima dell’esplosione della Seconda Guerra Mondiale i suoi nonni erano emigrati prima in Cina, poi in Corea, a Seul (ove nacque suo padre), per poi, al termine del conflitto, stabilirsi definitivamente ad Osaka.
La popolazione di Osaka, composta in buona parte da stranieri di diverse etnie, vive all’ombra delle sue fabbriche in una fuligginosa periferia, “ai confini dell’impero”. Difficile, qui, bearsi dei propri natali soprattutto se si è figli di un saldatore alcolizzato e di una umile ricamatrice.
Miike ha rischiato per un soffio di tramutarsi in una vittima del pachinko, croce e delizia di ogni suburbio nipponico: il pachinko si gioca all’interno di oscene, coloratissime, sale giochi (gestiste per lo più dai coreani): ogni persona siede davanti al proprio flipper; premendo una leva una pallina scende dall’alto e, incuneandosi fra una selva di chiodini incastonati nel pannello retrostante, scende a caso verso il basso. Il giocatore vince se riesce a far terminare la caduta della sfera in un punto prestabilito. Sì, ma che vince? Altre palline, ovvio, o accendini o bambolotti di peluche…Migliaia di giovani giapponesi (ma non solo) scandiscono le proprie giornate col ritmo metallico di queste palline infernali, iscrivendosi motu proprio nei gironi più bassi della società. (1- continua)
Sto per ultimare (e vorrei vedere, tra un po’ termina la scuola…) un cortometraggio con una terza media. Un’esperienza durissima, frustrante, che ho voluto portare a termine per parare il culo ad una classe che ha l’intero corpo docenti col fucile puntato. Volevo che loro dimostrassero di esser in grado di realizzare un “lavoro collettivo”, un bel gioco di squadra che mettesse in primo piano la capacità di socializzare, di confrontarsi, di mettersi in gioco. Per far questo ho puntato su di un film - si parva licet componere magnis- alla Gus Van Sant…Un’istantanea fra 4 gruppi distinti (rappers, emo, “veline” e fanatici del Fantasy) che- lentamente - imparano a “conoscersi”, pur restando coesi solo nei loro microcosmi. Un cortometraggio tristemente realistico, frutto di 4 mesi di incontri con la classe suddetta, ove son riuscito a tirar fuori non più di una dozzina di parole. E col forcipe…Ho fatto far loro una relazione (orrore! Orrore! Un tema! Sì, un tema, come ai bei vecchi tempi). Ora li ho letti, in treno, e mi è venuto da piangere. Dovete sapere che in questa classe c’è una ragazzina, se Dio vuole seguitissima dalla famiglia, anoressica. Io ho parlato con lei, ho parlato con la madre, e ho deciso di seguire il percorso portato avanti dalla sua psicanalista, inserendo il tema dell’anoressia nel cortometraggio. Una scena molto semplice, peraltro copiata spudoratamente da Elephant: il gruppo delle “veline” sbocconcella in mensa continuando a chiocciare ilare, e poi si chiude in bagno per vomitare. Stop. Nulla di più: La ragazzina che soffre di questa patologia mi ha ringraziato perché spera, parole sue, che i suoi compagni comincino a “parlar di questo problema e capiscano che lei non solo quella da compatire”. La madre, a sua volta mi ha ringraziato. La professoressa che mi segue pure. Leggendo ora i temi, scopro che quasi tutti i ragazzi di quella scena non ha capito nulla: la trovano “disgustosa”, “irreale”, “inutile”. Uno è arrivato a scrivere che non capisce cosa c’entri con l’adolescenza…Ed io, che per inciso sto lavorando gratis perché il mio monte ore l’ho superato da un pezzo, non so più che fare... Voi, amici, che mi consigliate?
Esageriamo: anche questa volta, ben cinque punti a chi indovina l'autore di questo brano, ed il film da cui è tratto...
Forse sbaglio, ma trovo che ieri sia stato raggiunto lo zenit del processo di decomposizione della televisione pubblica italiana: l’attacco bipartisan sferrato contro Marco Travaglio è la prova di quella “dittatura dolce” di cui parlava proprio l’altro ieri Scalfari su “Repubblica”: uno dei vassalli del Re viene punzecchiato nrella pubblica piazza? Orrore e raccapriccio: che tutti i servi, financo quelli rinchiusi nelle Patrie Galere, si percuotan il petto ad alzino grida di sdegno al cielo! Non so se sia solo un problema mio, ma ieri sera ho provato profonda pena per Fabio Fazio: davvero, nei suoi occhini tristi, ho intravisto il “tragico” che sobbolle in certe macchiette buffe di Gogol…Mentre gridan nella notte i fuochi del Libano e l’apocalisse birmana, il TG1 apre con la commozione di Fini e con le accuse di mille prefiche multicolori contro quel terrorista mediatico di Travaglio: la sora Cecioni, in overdose da “Buona Domenica”, e l’Homer Simpson della porta accanto, con ancora negli occhi il GP di Turchia, manco se ne sono accorti, dinanzi al loro bel piatto d’abbacchio…