Una volta - il più bel giorno dell'anno, la vigilia di Natale - il Conte Nebbia se ne stava a sedere tutto
affaccendato nelle sue segrete a lucidar mannaie e sgrassar gatti a nove code. Il tempo era freddo, uggioso, tutto nebbia; e si sentiva la gente di fuori andar su e giù, traendo il fiato grosso, fregandosi forte le mani, battendo i piedi per terra per scaldarseli. Gli orologi del vicinato avevano battuto le tre, ma era già quasi notte, se pure il giorno c'era stato. Dalle finestre dei negozi vicini rosseggiavano i lumi come tante macchie sull'aria grigia e spessa. Entrava la nebbia per ogni fessura, per ogni buco di serratura; e così densa era di fuori che, ad onta dell'angustia del vicoletto, le case dirimpetto parevano fantasmi. “Io non ti conoscooo, io non so chissseiii…”, canticchiava, ebbro di gioia, il Conte Nebbia, un poco stordito dai numerosi bicchierini di Brancamenta, l’ultima parvenza di alcolico che gli era rimasta in casa, da quando i suoi servi cinesi eran tornati a casa grazie al Treno dei Desideri della Clerici, nemica giurata del Nostro…Il Conte continuava nel suo soliloquio canoro, mente fuori, all’esterno, le tenebre si facevano così fitte che degli uomini armati di torce correvano per le vie, profferendosi a far da guide alle carrozze. La vecchia torre di una chiesa, la cui campana arcigna pareva guardare al Conte dall'alto della sua finestra gotica, divenne invisibile e prese a suonare le ore e i quarti nelle nuvole con un certo prolungato tremolio come se i denti le battessero. “E’ giunta mezzanotte, si spengono i rumori, si spegne anche l’insegna di quell’ultimo Caffè…”, cantava il Conte, fiero del proprio repertorio, avvinghiato alla Vergine di Norimberga. Il proprietario di un miserabile nasetto, rosicchiato dal freddo famelico come un osso dai cani, si fermò davanti al portone principale di Carfax per allietarne l'inquilino con una canzonetta natalizia; ma alle prime parole: Dio vi tenga, o buon Signore, Sano il corpo e allegro il core…Il Conte, ridacchiando in maniera sottilmente inquitante, spinse un pulsante: da decine di casse, poste sotto i doccioni dell’Abbazia, esplose Der Perfekte Traum dei Rotting Christ. Il ragazzino emise un urletto, simile al pigolio di un pulcino, quindi si accartocciò a terra, sepolto dal lattiginoso mantello di nebbia. Il Conte, con la punta del proprio ombrello di Hello Kitty, incise una tacca (l’ottantaseisima, per la precisione) sulla parete scrostata della segreta. Come rinvigorito, il Conte si apprestò a raggiungere le cucine ove lo attendeva un sontuoso sformato di assafetida, quand’ecco che un’improvviso ticchettio lo fece trasalire. Stringendo d’istinto le mani uncinate sul nero mantello, aguzzò la vista, per socrgere, nella penombra di quelle stanze, l’orgine di quel rumore. “Toc, toc…” Deglutendo per la sopresa, il Conte Nebbia fu costretto a constatare che quel garbato bussare proveniva dall’interno di un grazioso trumoncino del Seicento, dono di una zia ricca…(1- continua: e che Dickens mi perdoni!)
E' arrivato il momento: dobbiam andare a casa del Duca Bianco: Gli ho telfonato ma non si sentiva un cazzo perchè c'era Trent Tezonr che dava l'aspirapolvere. Mutanti tutti, statemi vicini in questo momento epocale.
Dunque, momentaneamnete ci troviam nella mia magione alla ricerca di un esperto di elettromesmerismo (bella idea, adorata Dark Lady della Milonga). Ma all'orizzante già avanza, indefinite nella nebbia cerulea, un esercito di ombre...
Ecco la temibile, implacabile, Aliena Pizzighettone; Harleyqueen, amazzone felliniana; quell'incubo vintage di Runaway Zombie; l'intergalattico Rusted Surfer, Scarlett la mutante a orologeria; il lovecraftiano Budego...
Sapete che vi dico, amici? Qui urge una adunata: dobbiam creare delle squadre: decidere, ad esempio, chi fra questi personaggi decide di allearsi col nemico o chi, ad esempio, sceglie di far parte dei Mutanti del Conte ma col subdolo ruolo di spia o con l'intenzione celatissima di sterminare tutti...La storia si sta spalancando su mille universi, i personaggi han tutti un potenziale incredibile...Suvvia, rimbochiamoci le maniche e diamo davvero inizio alle danze, cominciando col comporre le squadre!
Le voci angeliche dello Stabat Mater di Pergolesi si rincorrevano fra gli archi e le austere colonne di quel refettorio, reso spettrale dalla flebile luce di mille candele. Ombre inquiete avevan preso dominio degli affeschi, offuscandoli con la loro sghemba possanza. Tre prelati incappucciati sedevan su alti scranni: di loro, intabarrati in tal guisa, era possibile scorgere solo le mani: uncini adunchi, chiazzati dall’inesorabile avanzare degli anni.
All’improvviso, uno stupendo efebo, inchinandosi con la flessuosità di giunco, annunciò l’arrivo di Sua Eminenza xxxxxxxx. L’anziano porporato entrò, caracollando, ansante e concitato, nel vano tentativo di prender dominio del proprio scranno:
- Scusate, ma stasera la registrazione di Porta a Porta non finiva più…
- Vanitas vanitatum et omnia vanitas- bofonchiò il collega alla sua destra, facendo partire una selva di liquidi colpi di tosse; due valletti tailandesi accorsero con una mascherina per l’ossigeno.
Colui che sembrava rivestire la carica più alta in quella severa riedizone di un Tribunale della Sacra Inquisizione, si alzò in piedi e, con un secco gesto della mano inanellata, impose ai musici il silenzio assoluto. Con invidiabile senso del teatro, Sua Eminenza Reverendissima yyyyyyyy attese alcuni secondi, spostando lo sguardo che si intuiva febbricintante e allucinato nonostante l’ampio cappuccio:
- All’improvviso sembra di esser tornati ai tempi di Paolo III…Ma ora ci attende un nemico ben più pericoloso di quell’odioso Sassone e dei suoi stolti seguaci…i corrotti lombi di Babilonia han sputato frutti corrotti e malati, han cibato la Grande Bestia ed ora il Serpente Antico è assiso al suo Trono Assiro…
- E’ in forma stasera...- sussurrò Monsignor -------- al proprio vicino di scranno.
- Fa sempre così quando la Tedesca lo batte a Risiko…- gli fece eco Sua Eminenza xxxxxxx.
- Il Dragone Rosso è alle porte!
Monsignor ---------- sbattè violentemente la mano sul tavolo:
- I Cinesi, lo sapevo….feccia miscredente…
- Taci, idiota!!!- urlò il Sommo Giudice, sputando fiele (a gudicar dalle chiazze sul cappuccio)- Il Drago con Sette Teste e Dieci Corna e Sette Diademi sulle Teste! Ed io ora conosco il suo nome e so ove si nasconde!!!
Vi fu un’altra lunghissima pausa di silenzio, interrotta dai soliti valletti thailandesi per il cambio dei cateteri.
- Io, ripeto, so il suo nome! Dracula…Drac…”Drago" in rumeno…Dracula…Figlio del Drago….E…In quanto rumeno, di sicuro uno sporco comunista….Ecco scovata
Fiamme e spirali di fumo dense come pece ci attendevano al varco. Una corriera rovesciata, ormai carbonizzata. E tutt’attorno scampoli d’umanità da girone infernale, una babele di denti digrignanti e scomposti cachinni. Pur tenendomi a debita distanza, scorsi, alcuni siparietti da Grand Guignol corrotto: una vecchina si stava arrostendo su quelle fiamme devastatrici un minuscolo braccio, utilizzando i propri ferri da calza come spiedo; un paio di uomini, o meglio, ciò che restava di loro, si rotolavan a terra azzannandosi l’un l’altro; una signorina in severo tailleur grigio stava giocando a pelota con le testa di una suora…Prima che il fuoco lo distruggese del tutto feci in tempo a leggere il cartello sulla fiancata dell’autobus: “Tutti a Roma per il Family Day”…
- “Con tutta ‘sta macelleria, noi ne facevamo quindici di film…Capisci ora perché son finito in un Freakshow…”, esclamò sconsolato “Testa L”.
- “E’ perché sei un conservatore, un servo di Sua Maestà la Regina”, replicai, “se facevi come me e ti aprivi un blog, ora, niente niente, e saresti ancora una star…”
Mi aggrappavo all’ironia, ma un tremore persistente stava sconquassandomi da dentro: più ci avvicinavamo alla mia magione e più aumentava in me la certezza che l’«ospite» sbandierava un biglietto da visita con scritto “Caos e Distruzione” in belle lettere corsivate…La situazione non migliorò di certo quando, giunti al cancello che introduceva al parco, trovammo il Cialtrone, contratto fino allo spasimo in una postura degna di un setter inglese ch ha appena puntato una folaga. Mi avvicinai: indifferente, il Cialtrone non si mosse di un millimetro, continuando a muover con frenesia le narici. Entrammo. E lo vedemmo: un omino impegnato in un solitario e furente girotondo dinanzi al mio portone. Indosvaava un lungo pastrano nero, al pari del cappellaccio calcato in testa. Nota curiosa: sia il volto che le mani eran fasciati con delle bende.
- “Il vecchio Claude…”, sbottò “Testa L”, “ma cos’è, una rimpatriata? Dimmi che viene anche Barbara Steele, ti prego…”
Non ascoltai il mio difforme amico: ero troppo impegnato a studiare il nuovo venuto. Che ce l’avesse con qualcuno, era evidente, sia dai gesti concitati, che dal tono stridulo della voce. Che ce l’avesse con Dio, mi ci volle un po’ per capirlo.
Le nubi che s’addensavano all’orizzonte oramai sembravan sacche ricolme di sangue. Nonostante il groppo che mi arpionava la gola, il tempo era trascorso senza che manco me ne accorgessi. “Testa L” aveva insistito per guardare un film ed aveva cacciato nel videoregiostratore la cassetta di House of Dracula…Per sopportare la visione di Lon Chaney jr, dei suo assurdi baffetti alla Gable, e dei suoi risibili occhioni sgranati, riscoprii l’ovattato oblio che ti poteva donare una bottiglia di gin. “Testa L”, a giudicar dai mugolii che fuoriuscivan dalla sua bocca (una ferita slabbrata, a onor del vero), sembrava divertirsi un mondo…La visione di quello strazio stava volgendo al termine, quando, ex abrupto, quel “Mocio Vileda” ambulante che avevo scaraventato nella vasca delle foche, irruppe nella tenda:
- “Ehi, mummie, venite fuori: è arrivato un prete che lancia dei bestemmioni da infiammar l’aria!” Uno spasso, gente! Dai, muovete quelle chiappe secche!”
Ecco il mondo del Circo, pensai fra me e me, inutile porsi domande: aiutai Chrisbo a districarsi dalla poltrona nella quale era sepolto, e, caracollando (forse tutto quel gin non era stata una grande idea, soprattutto se devi trasportare un Golem difforme di due metri) conquistammo l’uscita. Nel piazzale principale del Circo s’era già creato un discreto assembramento di gente. Scaraventai via con un calcio un paio di nani e mi trovai dinanzi ad uno spettacolo pietoso: un anziano sacerdote, con la tonaca ormai a brandelli, innalzava al cielo grida ianrticolate, offendendo Dio e tutte le gerarchie celesti con parole degne di un lupnare.
- Un apostata?- mi domandò “Testa L” fissandomi con l’unico occhio sano (si fa per dire).
- Naaa…Domani al Palazzetto dello Sport c’è un concerto dei “Rotting Christ”…Tutta pubblicità…Però è divertente…, trillò la Donna Scimmia.
La cosa non mi convinceva affatto: il vecchio prete mi fissò, all’improvviso. Smise la sua bavosa, oscena litania, e, per un istante, parve recuperare la propria dignità. Avanzò verso di me, inciampando e sputando e sangue. Il suo petto, ansimante, era ridotto come una fisarmonica abbandonata in una discarica e la voce si adeguava:
- “Ti…Ti prego…” mi sussurrò- “Tu puoi farlo…Non…voglio che torni…”
Compresi il messaggio. In mezzo al silenzio catacombale della piazza, sollevai una mano. Gli accarezzai la nuca, gli rimisi a posto i radi capelli bianchi sussurrano a mia volta: “Viudi gli occhi…”, e poi, con un sol colpo, gli torsi il capo spezzandogli l’osso del collo.
Il prete si afflosciò a terra, come un nero spaventapasseri.
- “Uno di meno!!!”, gridò Mocio Vileda cominciando a ballare scompostamente.
- “Che delusione, amico mio…”, borbottò “Testa L”, scotendo l’enorme testone, “sei quindi ancora in grado di provare pietà?...”, e pronunciò quest’ultima parola con un ghigno rappreso, simile a quando si addenta un’arancia troppo aspra...
- “No, è che avevo finito la pappa per i miei rottweiler…”, replicai, poi, volgendomi a Mocio Vileda: “Vedi di procurarti una carriola, cacciaci dentro il prete e seguimi…”
Osservai la collina, che celava la vista del mio catello. Sapevo che vi avrei trovato qualcuno (o qualcosa) ad attendermi. Sarei stato in grado di controllarlo, questo nuovo, crudele, scherzo del Destino. Feci un sobbalzo: “Testa L”, silente, mi aveva poggiato la sua enorme mano su di una spalla.
Parcheggiammo proprio dinanzi ad un tenda nera sulla cui cima troneggiava un macabro cartello, una sorta di lapide di cartone, che annunciava, a lettere sanguinanti l’incredibile “Two Headed Frankenstein”. Con passo fermo e deciso mi incamminai verso l’entrata ma venni fermato da una inopportuna pallottola di pelo:
- Ehi, te, non lo sai che qui i preti non ce li vogliamo?”, borbottò quell’aborto iperticrotico.
Rimasi come stordito da tale affermazione e, incredibile dictu, restai senza parole
- Capito, pretonzolo? E adesso gira i tacchi e levati dai co…”
Non fece in tempo a terminar la frase perché, con la mano tramutata in un ostinato uncino lo sollevai da terra; come i gatti quando si spaventano, quella caricatura ambulante cominciò a perder batuffoli di pelo della consistenza di un covone.
- Non sono un prete…L’ultima volta che son entrato in una chiesa è stato a Barcellona…hai presente la Sagrada Famiglia?…Il giorno dopo scoppiava la guerra civile…capito, microbo?- intuii che mi stava osservando il mantello.
- Ok, amico, non scaldarti…e poi, anche te, scusa…Mica capita tutti i giorni di incontrare un realiano…
Lo scaraventai nella vasca delle foche e sollevai i pesanti tendaggi che introducevano gli incauti spettatori nella prigione dorata di Chrisbo (non de plume che gli aveva affibbiato quel burlone di Peter Lorre), meglio noto come l’Abominio a Due Teste…Che emozione…Era dai tempi della Universal che non lo vedevo…o meglio, che non vedevo una parte di lui, ma questa è una storia tristissima, che prima o poi vi racconterò. L’abominio era sveglio: sembrava sepolto fra i vellluti stinti di una poltrona oramai sfondata dal suo peso. In mano stringeva un sigaro spento, simile ad uno stuzzicadenti dimenticato fra quelle dita nodose come una quercia. “Testa K”, sorta di incubo cubista, giaceva sul petto, inerte. “Testa L”, al contrario, mi guardava. Con un’ombra si sorriso, sepolto in quel reticolo di cicatrici mal suturate.
- “Come…come stanno i lupi?”, disse con voce stanca, che puzzava di marmo da Morgue.
Sgranai gli occhi e, nella speranza di farlo sorridere davvero, esclamai con fare marziale:
- I lupi…musica per le mie orecchie…”
“Testa L” ebbe un sussulto, trapuntato da una scarica di cupi latrati che un tempo erano state risate:
- “Non mi basterebbero quattro vite per capire l’umorismo di voi rumeni…”
- “Amo ancora considerarmi cittadino austro-ungarico…”, replicai.
“Testa L” fissò un punto imprecisato, nel vuoto che lo circondava, sussurrando fra sé e sé:
- “Quattro vite…non è da ridere che proprio io dica una scempiaggine del genere?”…
Non replicai ma, fingendo di tossire, sollevai il lembo del mantello per cacciar via una lacrima che, inopportuna, mi scenedeva su di una gota.
Avete mai visitato il Circo Barnum & Bailey, l’unico a promettere “lo spettacolo più grande del mondo”? Se non avete avuto questa fortuna, chiudete gli occhi e lasciate che vi prenda per mano: Le tre piste sotto al tendone principale vi hanno appena oferto la loro rutilante armata di cavallerizze, domatori e pagliacci ghignanti…Ma ci vuol ben altro per per scudisciar la vostra curiosità, vero? All’improvviso, dal baraccone più lontano, la voce stenorea di un imbonitore vi cattura…Perché quell’uomo grida così? Cosa sta dicendo? Vi avvicinate, dribblando fra cartomanti e l’omino dello zucchero filato. “Venite, signore e signori, venite a vedere la più grane concentrazione di fenomeni viventi e di prodigi umani provenienti da tutte le parti del mondo! Giganti, nani, esseri umani dotati dalla natura di arti che gli altri non possiedono…Ed altri ancora privati, invece, dalla natura di uno o più arti! Potrete vedere il “Microscopico Giocoliere Cinese”, un briciola di grazia orientale, un microbo umano impagabile nei giochi di destrezza! Oppure “Jo-Jo, l’Uomo Barboncino”, un raro esempio dei capircci di cui la natura è capace! Questo e altro ancora nella nostra straordinaria collezione di bizzarrie umane…”
I cartelloni che circondano quell’esaltato, pur nella sfacciataggine naif di quei pastelli, renderan più inquiete le vostre notti…E’ come se un bimbo, di notte, avesse imrpovvisato una sua versione del Trittico delle Delizie di Bosch…un’allegra combriccola di creature a metà fra la Teratologia e il Mito danza uno sbilenzo valzer dinanzi ai vostri occhi…”Otis, il Ragazzo Rana”. “Laloo, l’Uomo Più Strano dell’India”, “Vicky Condor, la Meraviglia con Quattro Gambe”…Ecco che vi attende nel “Freakshow” di Mr. Barnum…Questo e molto, molto, altro…
Ed ora sarei stato costretto a tornar sui miei passi…A tornar in quelle fetide baracche avvolte da un disgustoso manto di disinfettante, di fritto, d’urina rappresa…Ma c’era di peggio: avrei dovuto pregare Mr. Barnum, vecchia lenza incartapecorita, affinchè mi affidasse una delle sue “meravglie”…I superiori eran stati molto chiari: “qualsiasi cifra”- mi avevan detto- “Paga qualsiasi cifra ti domanderà quella carogna ma non andartene da lì senza ver con te quell’abominio a due teste…” Un brivido si insinuò lungo la mia mia schiena, mentre l’autista accellerava, avendo raggiunto la zona più desolata della città…Strinsi le palpebre, accecato da un sole implacabile e la silhouette del Circo Barnum si stagliò all’orizzonte come la più nera delle epifanie…(nella foto: Mr. Barnum con quel mito del Generale Tom Thumb)
Le lettura del De Vermiis Mysteriis fu preziosissima: sfogliando con sacral rispetto quelle pagine, incisi i sigilli di Dagon e di Chtulhu su di una tavoletta di cera, mi segnai ripetutamente col Segno di Kish e declamai le parole del Rito scoprendo- non senza stupore- da dove prendevan i nomi le industrie farmaceutiche per i medicinali (“Zariatnamix, Fabelloeron, Tabrasol”…). All’improvviso, tra le erbacce ai piedi del grande olmo della Ninfa Nera vidi spuntar decine di minuscoli tentacoli…Bene, bene…Era giunto il momento di bruciar l’incenso di Zkauba per l’evocazione definitiva del Dio Cieco e Idiota che Gorgoglia e Bestemmia al Centro dell’Universo. Accesi le braci sotto l’incensiere.
“Il Conte si fa le canne…Il Conte si fa le canne…”, cominciò a canticchiare il Cialtrone.
“Hai visto chi è passato?”, gli dissi.
“Chi? dove?”
“Un minuto fa, proprio dietro di te: una sudatissima e ansimante Aria Giovanni in striminzita tenuta da footing…”
Il Cialtrone si librò nell’aria e, al grido di “IFIX TCEN TCEN!!!” scomparve tra sbuffi di polvere, come in un cartone della Warner Bros.
Perfetto. Il Rito poteva volgere al termine: il cielo si oscurò, e tra lampi accecanti ed echi di tamburi lontani, Azatoth si manifestò dinanzi a me…Una delusione che non vi dico: un’enorme insalata di mare cucinata da Francis Bacon, ecco cosa sembrava quel poveretto. Ma, almeno, era dotato di un invidiabile senso dell’umorismo (“Stacci te, per l’eternità con quel calamaro putrefatto di Nyarlatothep, e per di più senza abbonamento a Sky…”, mi disse agitando mestamente i mille tentacolini). Facemmo un accordo. Lui e i suoi accoliti ci avrebbero dato una mano, nel caso la situazione , qui sulla terra, si fosse fatta sfavorevole. In cambio, mi impegnai (anche a nome di tutta la mia squadra) a versargli l’otto per mille. Evitai la stretta di mano, anche perché la sua, proprio non c’era verso di trovarla, ma il patto era belle che fatto. Una meraviglia: i Grandi Antichi eran dalla nostra parte. E ora, che ci fermava più?
Grazie alla fiducia che il dotto Vautrin mi riconosceva, potei uscire da quel labirinto borgesiano con l’unica copia al mondo del De Vermiis Mysteriis ben stretta sotto braccio. Per prima cosa dovetti recuperare il Cialtrone che, sfiga, s’era messo ad osservare un cantiere edile rollandosi una sigaretta: i muratori erano caduti in un torpore ipnotico che li aveva fatti precipitare giù dalle impalcature. Ora erano lì, spiaccicati al suolo come dei cachi maturi. Una cosa tremenda: sollevai i lembi del mantello e, strattonandolo, portai via il Cialtrone da quello schifo.
- “Prima di far ritorno al castello, facciam un salto dalla Ninfa Nera”, dissi, controllando bene di non essermi sporcato con tutta quell’umanità sparsa per terra.
- “No, non mi piace il cinese…Non c’è un pub da queste parti?”, replicò lui. Questa uscita gli meritò uno sberlone che gli verticalizzò quelle assurde orecchie conigliolesche.
- “Stolto, la “Ninfa Nera” è una mia carissima amica…”
Il Cialtrone mi scrutò come se stesse osservando un preservativo abbandonato sulla spiaggia: “Ah, e sembra anche lei una comparsa degli Addams?”
- “Guarda che lo prendo come un complimento..:E comunque oltre che intelligentissima la Ninfa è di una bellezza quasi imbarazzante, da mozzare il fiato…”
- “Sguosh…”, replicò il Cialtrone oltre ad altri bizzarri fonemi resi incomprensibili dalla scia di bava che egli si lasciava alle spalle, come le lumache.
La Ninfa viveva in una deliziosa casetta che si era fatta costruire su di un olmo secolare. Riparata fra le fresche frasche, la Ninfa viveva in una sorta di aristocratico eremitaggio: dalle finestrelle della sua casetta piccina picciò le note di “My funny Valentine” di Chet Baker ci giungevan come una carezza. Tirai per ben tre volte il campanaccio che fungeva da campanello. Nesuna risposta.
- “Andiamo via…Non sarà in casa…”, disse il Cialtrone.
- “Lascia stare quel gatto”, ribattei con fare autoritario.
- “Azzo dici? Che gatto?”
- “Quello che stai torturando con calcolato sadismo…”
Conoscevo i miei polli. La Ninfa, intonando l’urlo di guerra che fu di Leonida, si avventò sul povero Cialtrone planandogli in testa con una mazza ferrata. In un laocoontico groviglio, i due cominciarono un’impari lotta cadenzata dalle grida d’aiuto del Cialtrone. Bene: era giusto che facessero conoscenza. Riparato dall’ombra dell’olmo (in effetti il mascara mi si stava sciolgliendo) cominciai a sfogliare il De Vermiis Mysteriis…
(nella foto Il Conte e la Ninfa, giovanissimi, si bean della visione di una chiesa sconsacrata)